Il sagrato della Basilica di Sant’Ambrogio, nel cuore pulsante di una Milano avvolta da un caldo torrido e da un silenzio quasi reverenziale, ha fatto da cornice all’addio più doloroso della storia recente del calcio italiano. Martedì 4 agosto 2026, la città si è fermata per tributare l’ultimo solenne saluto a Franco Baresi, scomparso lo scorso 31 luglio all’età di 66 anni dopo aver lottato con la riservatezza e la dignità di sempre contro una grave patologia polmonare. Una giornata proclamata di lutto cittadino dal sindaco Giuseppe Sala, con le bandiere civiche a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici, a testimoniare quanto la figura del numero 6 rossonero travalicasse i semplici confini del tifo per incarnare l’anima stessa di una comunità.
Già dalle prime ore del mattino, la piazza si è riempita di migliaia di sostenitori, famiglie, vecchi cuori rossoneri e semplici appassionati sportivi. Sciarpe, bandiere con il gigante numero 6 impresso al centro e uno striscione monumentale firmato dalla Curva Sud che recitava: «Leggenda immortale, inimitabile bandiera che non smetterà mai di sventolare. Ciao Capitano». All’arrivo del feretro, il pianto discreto si è sciolto nel coro più celebre e identitario della storia milanista: «C’è solo un capitano». All’interno della Basilica, officiata dall’abate monsignor Carlo Faccendini, si è radunata la storia del calcio mondiale per rendere omaggio al Piscinin, l’uomo che con il suo stile, la sua leadership silenziosa e le sue diagonali difensive ha ridefinito il concetto di libero nel gioco moderno.
La leggenda rossonera in prima fila: l’emozione dei compagni di una vita
Vedere riuniti sotto le volte romaniche di Sant’Ambrogio i protagonisti del Grande Milan degli anni ’80 e ’90 è stato un tuffo al cuore per chiunque ami questo sport. Un ritrovo spontaneo, segnato dalle lacrime e dagli abbracci stretti tra uomini che insieme a Baresi hanno conquistato l’Europa e il Mondo.
L’arrivo di Paolo Maldini è stato accolto da un’ovazione lunghissima da parte dei tifosi presenti sul sagrato. Accompagnato dalla moglie Adriana Fossa, l’ex numero 3 e storico erede della fascia da capitano è apparso visibilmente commosso, rievocando con lo sguardo gli anni trascorsi a comporre la linea difensiva più forte di tutti i tempi. Subito accanto a lui, Marco van Basten, arrivato a Milano per salutare colui che tante volte definì l’avversario più difficile da superare in allenamento e il leader più carismatico nello spogliatoio.
Non poteva mancare Alessandro “Billy” Costacurta, giunto mano nella mano con la moglie Martina Colombari. Costacurta, che con Baresi ha condiviso una simbiosi tattica ed umana durata oltre un decennio, ha mostrato tutta la sofferenza per la perdita di quello che considerava un fratello maggiore prima ancora che un collega. Insieme a lui, figuravano altri pilastri di quell’epopea dorata: Mauro Tassotti e Filippo Galli, compagni indivisibili di reparto, oltre a Daniele Massaro, Roberto Donadoni, Pietro Paolo Virdis, Alberico Evani e Demetrio Albertini.
Particolarmente toccante è stato il ruolo riservato agli amici di sempre al termine della funzione: a portare a spalla il feretro di Baresi fuori dalla Basilica, tra gli applausi scroscianti della folla, sono stati proprio Demetrio Albertini, Massimo Ambrosini, Alessandro Costacurta, Alberico Evani, Marco Simone e Pietro Paolo Virdis. Un’immagine simbolica, che ha racchiuso l’essenza di un gruppo che è rimasto unito ben oltre la fine delle rispettive carriere agonistiche.
Presenti anche i grandi talenti internazionali che hanno vestito la maglia rossonera: da Dejan Savićević, arrivato per rendere omaggio al suo ex capitano, a Clarence Seedorf, fino ad Aldo Serena, Stefano Eranio, Giovanni Stroppa, Marco Simone e agli ex portieri Giovanni Galli e Mario Ielpo.
Il rispetto dei campioni e la fratellanza dei rivali
I funerali di Franco Baresi non sono stati soltanto una celebrazione del mondo milanista, ma una riunione corale dell’intero movimento calcistico. Tra le presenze più significative risalta quella di Roberto Baggio, che con la moglie Andreina Fabbi si è incamminato in silenzio verso l’ingresso della chiesa. Baggio e Baresi avevano condiviso la straordinaria e drammatica avventura del Mondiale di USA ’94, culminated con la finale di Pasadena dove Franco, recuperando a tempo di record da un’operazione al menisco in soli 25 giorni, sfoderò una prestazione monumentale.
Ma l’immagine che forse più di tutte ha sintetizzato il profondo rispetto istituzionale e umano che Baresi sapeva incutere è arrivata dalla sponda nerazzurra di Milano. Beppe Bergomi, capitano dell’Inter negli anni dei grandi derby d’inizio anni ’90 e compagno di Baresi nella Nazionale Campione del Mondo nel 1982, è salito sull’ambone per leggere la prima lettura durante la liturgia funebre. Un gesto di immensa stima reciproca che ha cancellato ogni rivalità cittadina, ricordando come i due avessero condiviso pochi mesi prima, a febbraio, la gioia di portare insieme la torcia olimpica per le Olimpiadi invernali. Insieme a Bergomi, in rappresentanza dell’Inter era presente anche il presidente nerazzurro Giuseppe Marotta.
Tra i rappresentanti di altri club e del calcio italiano si sono visti anche Pietro Vierchowod, Gianluca Pagliuca, Hernán Crespo e Riccardo Montolivo, oltre a delegazioni ufficiali inviate da top club europei come il Real Madrid e il Barcellona, a testimonianza della statura internazionale di Baresi.
Per le istituzioni sportive e politiche erano presenti il Ministro per lo Sport Andrea Abodi, il Direttore Tecnico della Nazionale italiana Claudio Ranieri e il presidente dell’Associazione Italiana Allenatori Renzo Ulivieri.
La presenza della società e il clima in piazza
Per quanto riguarda il Milan attuale, la rappresentanza societaria ha visto la partecipazione del proprietario Gerry Cardinale, dell’amministratore delegato Massimo Calvelli e del presidente Paolo Scaroni. La dirigenza è stata tuttavia accolta da alcuni fischi e contestazioni da parte dei tifosi presenti all’esterno della Basilica, segnale di una tensione latente tra la piazza e la proprietà statunitense, acuita dalla coincidenza con gli impegni commerciali della squadra. Fischi isolati hanno accompagnato anche l’arrivo del sindaco Giuseppe Sala, pur promotore del lutto cittadino.
A rappresentare sul campo la prima squadra rossonera c’erano soltanto due calciatori: Christian Pulisic e Santiago Giménez. Entrambi i giocatori, infortunati e quindi impossibilitati a seguire il resto dei compagni, sono stati gli unici tesserati della rosa attuale a poter partecipare fisicamente alle esequie.
Gli assenti giustificati: il Milan in Australia e i grandi maestri
La domanda che molti si sono posti nelle ore precedenti e durante la cerimonia riguarda le assenze di rilievo, a partire da quella dell’intera rosa della prima squadra del Milan.
Come spiegato dalla società, il gruppo squadra guidato dal tecnico Ruben Amorim e dal capitano Matteo Gabbia si trovava ad oltre ventimila chilometri di distanza, a Perth, in Australia, per una tournée estiva pre-campionato. La complessità logistica di un viaggio di oltre venti ore di volo con scalo, unita agli impegni contrattuali stringenti, ha reso impossibile il rientro in Italia per la cerimonia. Il tecnico Amorim e la squadra hanno comunque reso omaggio alla memoria di Baresi a distanza, deponendo un mazzo di fiori ai piedi di un murales dedicato al Capitano a Perth e osservando momenti di raccoglimento durante il ritiro. Come dichiarato dallo stesso Amorim: «Se potessimo chiedere a Franco se avremmo dovuto interrompere la preparazione per venire al funerale, sono certo che ci direbbe di rimanere sul campo a difendere il club».
Tra gli ex allenatori di Baresi, grande assente è stato Arrigo Sacchi, l’architetto del Milan degli “Immortali”, trattenuto da motivi di salute e personali che gli hanno impedito di viaggiare fino a Milano. Assente anche Carlo Ancelotti, legato a Baresi prima come compagno di squadra in campo e poi come figura di riferimento societario, impossibilitato a presenziare per gli impegni di inizio stagione.
Le parole dell’omelia e l’eredità di una leggenda
Durante la toccante omelia, monsignor Carlo Faccendini ha ricordato le origini e la grandezza morale di Baresi con parole profonde: «Nei Vangeli è esplicita la predilezione di Gesù per i piccoli, per chi è “Piscinin”, come veniva affettuosamente chiamato Franco. Baresi ci ha insegnato che è possibile diventare grandi restando piccoli, conservando l’umiltà, la misura e la dignità che lo hanno contraddistinto dentro e fuori dal rettangolo di gioco».
Quando il feretro è uscito sul sagrato, tra il fumo dei fumogeni rossoneri e le note di You’ll Never Walk Alone che si intrecciavano ai canti della Curva Sud, Milano ha salutato per l’ultima volta l’uomo che per vent’anni ha vestito una sola maglia, rifiutando ogni sirena di mercato, rimanendo fedele al club anche nei momenti bui della Serie B fino a condurlo sul tetto del mondo.
Franco Baresi lascia un’eredità che non si misura soltanto nei trofei – sei Scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, un Mondiale e innumerevoli trofei individuali e di squadra – ma nel modo in cui ha interpretato la professione e l’appartenenza ai colori rossoneri. La maglia numero 6, ritirata dal Milan nel 1997 in suo onore, rimane il simbolo eterno di chi ha incarnato il concetto stesso di milanismo.