Milano — C’è chi per fare un figlio ci mette nove mesi. Al Milan, per partorire il nome del nuovo allenatore dopo l’addio di Massimiliano Allegri, rischiamo di superare i tempi della gestazione di un elefante. Se pensavate che la lista dei candidati si stesse finalmente stringendo, vi sbagliavate di grosso: benvenuti nel “Casting Milan”, dove più passa il tempo, più le sedie aumentano invece di diminuire.
L’ultimo nome uscito dal magico cilindro di Via Aldo Rossi? Rúben Amorim. Sì, l’ex tecnico del Manchester United, reduce da un’avventura tutt’altro che memorabile a Old Trafford, è l’ultimo profilo finito in orbita rossonera dopo una recente videocall esplorativa con la dirigenza. Un piano B (o forse C, o D… abbiamo perso il conto) qualora la pista principale dovesse clamorosamente saltare.
La mappa del caos: dove eravamo rimasti?
Fino a quarantott’ore fa, la strada sembrava tracciata. Oliver Glasner, fresco vincitore della Conference League con il Crystal Palace, era dato in pole position con tanto di benedizione del dinamico duo Gerry Cardinale – Zlatan Ibrahimovic. Un colloquio fiume di sei ore sembrava aver messo le basi per l’accordo. Ma siccome al Milan le cose semplici non piacciono, è subito sorto il “giallo”: Glasner vuole garanzie sul budget e soprattutto piena autonomia, mal digerendo le possibili ingerenze societarie (leggasi: Ibra).
E così, mentre sullo sfondo ballano i nomi di Pochettino e le ombre di Ralf Rangnick (diviso tra il ruolo di CT dell’Austria e quello di potenziale Direttore Tecnico rossonero), spunta Amorim.
Ma perché ci vuole così tanto? La nostra opinione
La domanda che si fanno tutti i tifosi al bar o sui social è solo una: perché una delle società più titolate al mondo ci mette settimane a firmare un tecnico, mentre le rivali hanno già pianificato il ritiro estivo?
La risposta sta nella struttura stessa di questo Milan. Non siamo di fronte a una normale trattativa di calcio, ma a un vero e proprio simposio aziendale in cui ognuno deve dire la sua:
Gerry Cardinale vuole l’approvazione finale ed è rimasto in Europa per gestire i colloqui di persona.
Zlatan Ibrahimovic cerca un profilo che sposi la sua visione di leadership.
Nel frattempo, manca ancora la nomina ufficiale di un Direttore Tecnico forte che faccia da collante.
Il risultato? Una paralisi decisionale mascherata da “attenta riflessione”. Si sonda il terreno per Glasner, si fa una call con Amorim (che tra l’altro allo United viaggiava su cifre vicine agli 8 milioni a stagione, dettagli non da poco per le casse rossonere), si tiene in caldo Jaissle e si flirta con l’idea Rangnick.
Il paradosso del casting: A forza di cercare il “profilo perfetto” che metta d’accordo algoritmi, budget americani, carisma svedese e richieste tecniche, il rischio è di ridursi all’inizio del raduno con un pugno di mosche o con una scelta di ripiego presa per sfinimento.
Cara dirigenza, il tempo delle call su Zoom e dei casting cinematografici è scaduto. Rompete gli indugi e fateci capire chi siederà su quella panchina. I tifosi hanno finito la pazienza, e la nuova stagione è già alle porte.